Olga

Articoli nella categoria Arte e diritto, psicosociale

IL PIANETA TUTTO INTERO

 

Andrea Chiesi, Eskhatos 5. Olio su lino, 100x140 cm, 2018«Così, per il meglio o per il peggio, ciascuno di noi, ricco o povero, porta in sé, senza saperlo il pianeta tutto intero» (Edgar Morin). E alla fine del mondo ognuno di noi porta in sé la misura collettiva della pena individuale inflitta a chi ha sbagliato. Nella causa Torreggiani e altri c/ Italia (Strasburgo, 8 gennaio 2013) la Corte Europea dei diritti dell’Uomo riconosce la violazione dell’art. 3 CEDU, secondo cui nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti, per la condizione di detenuti in celle di pochi metri quadrati e nella carenza costante di acqua calda. La Corte rammenta le raccomandazioni del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa che invitano gli Stati a esortare i giudici a ricorrere il più possibile alle misure alternative alla detenzione e a riorientare la loro politica penale verso il minimo ricorso alla carcerazione allo scopo, tra l’altro, di risolvere il problema della crescita della popolazione carceraria. Corte-EDU-Sentenza-Torreggiani

«Thus, for the best or for the worst, each of us, rich or poor, carries the whole world within themselves without knowing it» (Edgar Morin). At the end of the world each of us will carry the collective weight within themselves of the individual penalty of those who made mistakes. In the Court’s case-law Torreggiani and Others v. Italy the European Court of Human Rights unanimously decided for the violation of art. 3, according that no one shall be subjected to torture or to inhuman or degrading treatment or punishment, for the severe shortage of space for periods ranging from fourteen to fifty-four months and the lack of hot water during these periods. The Court pointed to the Recommendations of the Committee of Ministers of the Council of Europe inviting States to encourage judges to make use of alternative measures to detention wherever possible, and to devise their penal policies with a view to reducing recourse to imprisonment, in order, among other objectives, to tackle the problem of the growth in the prison population. Note on the Court’s case-law No. 159-2013

In foto Andrea Chiesi, Eskhatos 5. Olio su lino, 100×140 cm, 2018. Per gentile concessione di www.eccellentipittori.it – Tutti i diritti riservati.

Ad Adele Cappelli, Ascoli Piceno 22.12.1967 – 10.4.2021

MOLTE SONO LE COSE MIRABILI, MA NESSUNA È PIÙ MIRABILE DELL’UOMO

Stefano Di Stasio, Edipo a Colono. Olio su tela, 200x200 cm, 2020La detenzione domiciliare di cui all’art. 47 ter, comma 01, della legge 26 luglio 1975, n. 354 (Norme sull’ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà), è fondata su una presunzione di incompatibilità del soggetto ultrasettantenne con il regime carcerario per ragioni umanitarie, e in particolare sul sostanziale riconoscimento da parte del legislatore dell’inadeguatezza del carcere a svolgere pienamente la funzione prevista dall’art. 27, comma 3, Cost., nei confronti di un detenuto di età così avanzata. La Corte Costitituzionale, con la pronuncia_56_2021, depositata il 31 marzo 2021, nel riconoscere l’intrinseca irragionevolezza della disposizione censurata, ne dichiara l’illegittimità costituzionale limitatamente alle parole «né sia stato mai condannato con l’aggravante di cui all’articolo 99 del codice penale», riespandendo perciò gli ordinari poteri della magistratura di sorveglianza di valutare se il detenuto sia in effetti meritevole di accedere alla misura alternativa, senza che valgano di automatismi preclusivi di una condanna con l’aggravante della recidiva, in una qualunque delle sue forme disciplinate dall’art. 99 Codice penale.

In foto Stefano Di Stasio, Edipo a Colono. Olio su tela, 200×200 cm, 2020. Per gentile concessione di www.eccellentipittori.it – Tutti i diritti riservati.

DETENZIONE E FIGLI DISABILI, LA CONSULTA A FAVORE DELLE MISURE ALTERNATIVE ALLA DETENZIONE

Daniele Vezzani, A braccia aperte. Olio su tela, 140x170 cm, 2020«Nel solco di quanto già affermato nel 2003 sulla detenzione domiciliare ordinaria (sentenza n. 350, relatrice Fernanda Contri), la Corte – con la sentenza n. 18 del 2020, ha ora rimosso anche per la detenzione domiciliare speciale il limite di età dei dieci anni del figlio affetto da grave disabilità. Questa misura, infatti, è finalizzata principalmente a tutelare il figlio, terzo incolpevole, bisognoso del rapporto quotidiano e delle cure della madre ristretta in carcere. La sentenza s’inserisce nell’ambito di una copiosa giurisprudenza costituzionale che considera le relazioni umane più prossime, specialmente familiari, fattori determinanti per la tutela effettiva delle persone più fragili. Perciò la Corte ha ritenuto che la detenzione domiciliare debba essere concessa alla madre di un figlio gravemente disabile, considerata la sua particolare vulnerabilità fisica e psichica, qualunque sia l’età, anche in nome della protezione della maternità (articolo 31 Costituzione), cioè del legame tra madre e figlio, che non si esaurisce nelle prime fasi di vita del bambino. Roma, 14 febbraio 2020».Comunicato Ufficio Stampa Corte Costituzionale pronuncia_18_2020

In foto Daniele Vezzani, A braccia aperte. Olio su tela, 140×170 cm, 2020. Per gentile concessione di www.eccellentipittori.it – Tutti i diritti riservati.

IL TUO ASSEGNO È COME UN ROCK

 

Marta Sesana, Rock. Olio su tela, 74x53 cm, 2020La natura dell’assegno divorzile sta al passo con tempi e trasformazioni della società e, modernamente, se non risolve i problemi tra ex coniugi, permette di ballarci sopra. Dopo le due sentenze che, di recente, ne rivoluzionarono l’interpretazione, la Suprema Corte sollecita di nuovo le Sezioni Unite all’enunciazione di un principio. Se la pronuncia n. 11504/2017 sottolineò il principio di autoresponsabilità per il coniuge divorziato economicamente svantaggiato e la dignità piena della famiglia di fatto che, se stabile e duratura, lascia intendere la rescissione di ogni legame con la precedente unione matrimoniale e con il pregresso tenore di vita, la n. 18287/2018, invece, ne esaltò l’indole compensativa, non assistenziale, a favore di chi abbia personalmente sacrificato proprie aspettative professionali a beneficio della famiglia e dell’altro coniuge. Oggi le Sezioni Unite, per Cass.-civile-17-dicembre-2020 n. 28995, dovranno invece chiarire se il coniuge in posizione economica sperequata veda automaticamente estinto il diritto all’assegno divorzile in presenza di una nuova famiglia, seppure di fatto, oppure se il giudice possa praticare altre scelte, in base all’obiettiva valorizzazione data negli anni del matrimonio dall’ex partner al patrimonio familiare o individuale, per bilanciarne comunque la relativa perdita.

In foto Marta Sesana, Rock. Olio su tela, 74×53 cm, 2020. Per gentile concessione di www.eccellentipittori.it – Tutti i diritti riservati.

«OPERA SENZA AUTORE»

 

Edoardo Tresoldi, Opera. Foto Roberto ConteL’incertezza sulle proprie radici può essere un vulnus in qualsiasi stadio della vita, è diritto inviolabile della persona conoscerle. Preminente tuttavia è sempre l’attenzione ai beni supremi della salute e della vita della donna al momento del parto e la sua fragilità, che potrebbe portarla a scelte diverse se sentisse messa in pericolo la possibilità di restare ignota. Eppure quando, pur non avendo riconosciuto il figlio mentre era in vita, lo ha in seguito trattato come tale, tenendolo a vivere con sé, dimostrando di aver revocato l’iniziale rinuncia alla genitorialità giuridica, alla sua morte costui potrà chiedere giudizialmente l’accertamento della maternità che, ex art. 269 Codice civile, può essere provata con ogni mezzo: una lettura costituzionalmente orientata, nel privilegiare il diritto della donna all’anonimato, lo bilancia col diritto dell’individuo a conoscere le proprie origini. Nel caso di specie la Suprema Corte, conferma la decisione di merito che aveva accertato il rapporto di filiazione sulla base di una consulenza immunogenetica che ha concluso per un sicuro rapporto di parentela, su dichiarazioni testimoniali di persone estranee alla famiglia, su un verbale di testamento olografo. Compensa le spese del giudizio tra le parti per la novità delle questioni trattate.

DIRITTO ANONIMATO MATERNITA- 19824_22.09.2020 Cass. Civ., Sez. Civ. I, n. 19824 del 22.9.2020

In foto Edoardo Tresoldi, Opera. Foto Roberto Conte. Per gentile concessione di www.eccellentipittori.it – Tutti i diritti riservati.

THE COUNCIL EUROPE’S FARO CONVENTION

 

Look at Wonderwoman and listen to the New Goddess Culture

Giuseppe Stampone, Wonderwoman. Penna Bic su tavola 30 cm per 35,6 cm Pezzo unico 2020On September 23, 2020 the Italian Parliament ratified the Council Europe’s Faro Convention (2005) on the Value of Cultural Heritage for Society. It is based on the idea that knowledge and use of heritage form part of the citizen’s right to participate in cultural life as defined in the Universal Declaration of Human Rights. The main question seems to be the meaning of “those restrictions which are necessary in a democratic society for the protection of the public interest and the rights and freedoms of others” (art. 4). Waiting for the circle answer, enjoy the Preamble: human being and values at the centre of an enlarged and cross-disciplinary concept of cultural heritage, dialogue and peace among cultures and religions, to every people its own heritage.

Giuseppe Stampone, Wonderwoman. Bic pen on table, 30 cm x 35,6 cm. Single piece, 2020. To the courtesy of the artist www.giuseppestampone.com – All rights reserved.

AGOSTO, MOGLIE MIA NON TI CONOSCO

 

Massimiliano Zaffino, Fiammata insolita non disturba il procedere di una giornata al mare. Olio su tela, 105x120 cm, 2020«Poca favilla gran fiamma seconda» (Paradiso I, 34) e dunque l’intimità di un marito con un’altra donna è presupposto giuridico della crisi coniugale, dell’addebito della separazione a suo carico e del rigetto dell’istanza a essere caparbiamente mantenuto dalla moglie. Piena prova della relazione adulterina la ricostruzione dell’investigatore privato incaricato da quest’ultima, la testimonianza resa al giudice in udienza circa i risultati dei pedinamenti, in uno alla mancata contestazione da parte del fedifrago delle accuse mosse alle sue violazioni dei bona matrimonii. Insomma un copione già scritto che sottintende un verdetto: negare sempre e, alle brutte, a ciascuno il suo. Cfr. Cass. Civ. ordinanza n. 16735 -6.8.2020

In foto Massimiliano Zaffino, Fiammata insolita non disturba il procedere di una giornata al mare. Olio su tela, 105×120 cm, 2020. Per gentile concessione di www.eccellentipittori.it – Tutti i diritti riservati.

L’ARTE DEL BUONO E DEL GIUSTO

Annalisa Fulvi, Ponte verde. Acrilico su tela, 120x150 cm, 2020Un ponte verde per ricominciare. L’ultimo lunedì del mese sarà l’appuntamento, come se riavviare fosse già finire. Autodisciplinarsi per poi congedarsi. Prepararsi alla fatica della settimana mentre già si gode all’idea di un mese incipiente, forse di una stagione nuova tutta da inventare. «La parte essenziale della nostra anima si nutre di fame», scriveva Simone Weil nei Cahiers, perciò sarà voracità che ancora mi spinge, a dispetto dei quotidiani doveri, delle immancabili disillusioni, a consultare le sudate carte del lavoro d’ufficio, tra lemmi, commi, precetti e dispositivi, col piglio di scrutare, aldilà dei concetti e delle utilità immediate, l’immagine, il segno che conferisca senso e armonia al tutto. Ius est ars boni et aequi, costante ricerca e diuturna prassi di cui nella vitale pittura mi è dato trovare magistrale rappresentazione. Ci vediamo lunedì 31 agosto.

I miei scritti di arte e diritto sono su www.olgaanastasi.it e ora anche sulla pagina Facebook di Pandette Contemporanee e su www.instagram.com/pandette_contemporanee

In foto Annalisa Fulvi, Ponte verde. Acrilico su tela, 120×150 cm, 2020. Per gentile concessione di www.eccellentipittori.it – Tutti i diritti riservati.

RISOLVERE LA CONTROVERSIA FUORI DAL TRIBUNALE – CONTENERE IL CONFLITTO

 

Marcello Carra- La torre di Babele, 2012.2013Adire l’autorità giudiziaria, per cultura e forma mentis dell’utente medio, per la distanza che lo separa dall’istituzione, per il formalismo cui il processo civile è sottoposto, può risultare un trauma. La delega di potere che si affida al magistrato, soprattutto in ambiti intimi come il diritto di famiglia, può condurre a decisioni standard che mal si adatteranno alle esigenze concrete delle parti.

Il linguaggio giuridico, spesso anche diverso secondo gli ambiti – da parte di giudici, avvocati, cancellieri, pubblici ministeri, notai, consulenti – se per un verso è sinonimo di ricchezza tecnica e culturale per gli addetti ai lavori, appare agli esterni come sinonimo di confusione, associato all’icona negativa di una torre di Babele.

Quando il rapporto tra due parti perviene innanzi a un tribunale, vi approda nella fase patologica: da lì in poi, contenere il conflitto e la degenerazione della relazione, diventa sempre più difficile se non impossibile.

In foto Marcello Carrà, La torre di Babele. Penna a biro su carta applicata su legno, 114×155 cm, 2012-2013. Per gentile concessione di www.eccellentipittori.it – Tutti i diritti riservati.

DEL DIRITTO COLLABORATIVO O DELLA SUA PRATICA

 

ce6bd01833660d831f3163c7b395d17f064589b6Il nome diritto collaborativo è stato coniato per la prima volta da Stuart G. Webb, avvocato in Minnesota, che vive ancora a Minneapolis. Alla fine degli anni Ottanta Stu visse una profonda crisi professionale: da divorzista constatava gli esiti nefasti delle battaglie giudiziarie ingaggiate dalle coppie in crisi e le conseguenze negative sui figli e, stanco, era intenzionato a lasciare l’avvocatura. Racconta di aver seguito, nel 1989, uno dei peggiori casi della sua carriera, con stratagemmi processuali e ostilità di ogni genere, talmente esasperante da indurlo a dedicarsi alla mediazione e a iscriversi addirittura a un altro corso di laurea. Senonché, nello sconforto più totale, poiché la professione gli piaceva quando era in grado di raggiungere un accordo, si disse che non avrebbe mai più varcato un’aula di tribunale e che, per continuare, doveva trovare un modo diverso.

Era il primo gennaio 1990 e Stu aveva già in mente di diventare avvocato collaborativo. A febbraio dello stesso anno scrisse una lunga lettera al giudice Sandy Keith, nella quale sono racchiusi tutti gli elementi fondamentali del metodo. Stu aveva compreso che per essere collaborativo necessitava di un gruppo di colleghi che la pensassero nello stesso modo altrimenti, da solo, non avrebbe mai potuto farne un metodo di lavoro. Riuscì in breve a convincere alcuni avvocati divorzisti della sua comunità e alla fine del 1990 erano in nove.

La lettera di Stuart G. Webb al giudice Keith può essere considerata fonte primaria della pratica che, costante e uniforme (diuturnitas), è consuetudine di valore internazionale per i consociati (soci dei Practice Groups o dell’International Academy of the Collaborative Professionals) i quali la applicano con la convinzione (opinio iuris) che le regole di condotta siano doverose o moralmente obbligatorie. LETTERA STU WEBB

Il riferimento alla norma giuridica è da rinvenirsi dunque nella storia del metodo, inizialmente appannaggio di soli avvocati. Quando negli anni ’90, in California, si diffusero la matrice interdisciplinare e il coinvolgimento di altre professionalità, si cominciò a parlare di pratica o divorzio collaborativo. Per definizione di Stu Webb e, successivamente, dell’International Academy of the Collaborative Professionals, la pratica collaborativa è “un metodo volontario di risoluzione delle controversie nel quale le parti raggiungono un accordo senza ricorrere al giudizio”.

In foto Manuel Pablo Pace, Restare a parlar meco. Olio su tela, 150×150 cm, 2020. The Bank Contemporary Art Collection, Bassano del Grappa. Per gentile concessione di https://www.eccellentipittori.it/ – Tutti i diritti riservati.

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