Olga

IO SONO ROSE, E SOPRAVVIVERÒ

Capita ogni volta che mi trovo a parlare con i colleghi. Li ascolto e in silenzio mi interrogo: avrò sbagliato professione? Essere avvocato ha rappresentato la logica prosecuzione dei miei studi giuridici eppure, nella scelta, ha prevalso la sfida caratteriale: imporlo a me stessa come un’arte per vincere insicurezze e fragilità, affrontando l’agone giudiziario, aprendomi agli altri e difendendone le ragioni secondo i principi della Costituzione. Il titolo di questo capitolo cita l’esortazione che Rose, la protagonista del romanzo di Catherine Dunne, si ripete nel corso della vicenda che vive per superare l’improvvisa e drammatica fine del suo matrimonio.

I processi sono, per definizione, dei contenziosi in cui ognuna delle parti pretende qualcosa dall’altra e può diventare naturale che un avvocato mutui, dalla competitività e alterigia che occorre investire in un processo, l’atteggiamento consueto nelle relazioni col prossimo. L’altro diventa implicitamente un avversario e all’identità dell’avvocato sembra sempre intrinsecamente legata l’idea di contrapposizione. È l’aspetto che in prospettiva rende la professione di avvocato faticosa e spesso ingrata; un atteggiamento critico verso il metodo contenzioso tuttavia non impedisce che sovente, se si propone un’alternativa, la tendenza dei più sia reagire con diffidenza. C’è chi è attratto dalla curiosità e dalla novità, qualcuno se ne ritrae invece con scetticismo, soprattutto quando l’esigenza di rivalsa e il desiderio di riversare nel conflitto giudiziario le proprie frustrazioni sono superiori a qualsiasi altra considerazione.

Ho frequentato le aule dei tribunali per oltre venti anni con la sgradevole e mesta sensazione di sentirmi fuori posto. Ho ammirato il fulgore oratorio di taluni colleghi, come la capacità di proporre abili eccezioni preliminari; sono stata spesso a un passo dal decidere di abbandonare, dedicandomi ad altro. Ho assistito un numero imprecisato di donne che si rivolgevano al Telefono Donna e al Centro antiviolenza locale; ho sperimentato la mia naturale inclinazione ad accogliere e sostenere la sofferenza del prossimo presso il Tribunale minorile regionale, trasformando il peso di cui bambini e adolescenti erano onerati in richieste di tutela dei loro diritti. Proprio sui bambini e sulle donne, la cui posizione economica e sociale di solito è svantaggiata, ho constatato gli effetti nefasti che può provocare avvicinarsi ai conflitti familiari con il metodo contenzioso e con gli strumenti giudiziari abituali, che conducono al processo una patologia ormai conclamata della vicenda affettiva. Ho verificato personalmente quanto siano alti, inoltre, il rischio di essere assorbiti dal conflitto, la tendenza a riflettervi le proprie emozioni e reazioni, la difficoltà a rimanere distaccati, la propensione spontanea ad alimentare le ostilità suggerendo strategie sempre più invasive, tipiche di processi lunghi e combattivi. Mi sono compiaciuta, nel corso del tempo, di utilizzare istituti giuridici sofisticati che ponevano in difficoltà le controparti, dando sfoggio di quanto appreso attraverso lo studio, la formazione specialistica e, soprattutto, attraverso l’esperienza applicata.

Fino a quando l’infelicità, che a un certo momento ho avuto la percezione di procurare negli altri, mi ha bloccata. Si trattava di un’infelicità profonda, di un astio che a prima vista sembrava colpire solo le controparti che trasferivano su di me il loro rancore verso il proprio ex partner. In realtà era un sentimento che suscitavo progressivamente anche nel mio assistito il quale, dopo tante battaglie, aveva perso di vista gli obiettivi primari e finiva per detestare, oltre che il suo ex consorte, anche me, responsabile di aver suggerito strategie combattive che gli apparivano d’un tratto inutili o controproducenti. Senza trascurare che nelle vicende più aspre, condotte senza esclusione di colpi, i figli risentivano del clima avvelenato e subivano le conseguenze dell’animosità tra i genitori, facendo a loro volta fatica ad accettare l’idea della separazione.

Nel frattempo ho dovuto vivere la mia personale separazione, il fallimento del mio progetto di vita affettivo. Ho tentato il più tenacemente possibile di tenere fuori i figli dal conflitto, non sempre ci sono riuscita. Le emozioni che si imprimono nella memoria di un bambino ne fanno la storia. In ciascuno di noi sopravvive chi le ha suscitate, a ciascuno di noi è affidato il compito di farsi bambino e di perseguirle. Provare l’esperienza di decine di occasioni in cui avevo assistito donne e bambini in difficoltà e metterla insieme alle storie di incomprensioni, incomunicabilità, piccoli e grandi soprusi quotidiani che mi erano stati narrati negli anni dalle persone incontrate, ha reso decisivo il mio incontro con il Diritto Collaborativo. © Olga Anastasi, IL DIVORZIO COLLABORATIVO, Capponi Editore 2013

  • Il titolo cita l’esortazione che Rose, la protagonista del romanzo di Catherine Dunne, La metà di niente, Guanda, Parma 1998, ripete a se stessa per superare l’improvvisa e drammatica fine del suo matrimonio.

 

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